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Legge 40. L’Europa ha fatto giustizia.

di Rita Cinti Luciani
responsabile pari opportunità PSI 


L’Europa ha fatto giustizia bocciando la legge 40, normativa sulla procreazione ingiusta, risultato di una politica sbagliata che viola i diritti delle persone in particolare delle donne.

La legge che impone l’impianto di tre embrioni impedendo una diagnosi preimpianto, ha costretto nel caso di grave malattia del feto trasmessa geneticamente dai genitori a ricorrere all’aborto che rappresenta sempre, in ogni caso per una donna un scelta dolorosissima. Quindi una sentenza corretta e civile, un monito che l’Europa ancora una volta ci fa in materia di diritti civili. Questo dovrà portare le forze politiche e il Parlamento a riaffrontare il tema con una nuova legge, una legge che tenga conto delle conoscenze scientifiche e tecnologie a disposizione per tutelare il desiderio di maternità e paternità attraverso una regolamentazione giuridica che si preoccupi di tracciare i percorsi più corretti all’interno del servizio sanitario senza trasformare i principi religiosi in norme dello Stato. Questo è un tema che certamente riguarda laici e cattolici, è un tema che va affrontato con coscienza ma con coerenza e rispetto per i diritti umani.

L’ex ministro Sacconi auspica il ricorso dello Stato contro la sentenza e parla di “prendere surrettiziamente la via della selezione genetica”, affermazione strumentale e faziosa che evidentemente non tiene conto del fatto che le analisi si fanno solo su gravi patologie che possono essere trasmesse dai genitori. 

Nei fatti da quando questa legge è stata approvata ha solo penalizzato le coppie con desiderio di avere dei figli che non potevano permettersi di andare all’estero. Una storia iniziata nel 2004 con veri tentativi di modifica, dibattiti a non finire e un referendum che non ha raggiunto il quorum, oggi per fortuna l’Europa ha fatto giustizia.


leggi anche
Fecondazione, la Corte europea boccia la normativa italiana

Rinnovare il patto con gli italiani

di Rita Cinti Luciani responsabile nazionale pari opportunità PSI


Sabato 15 Roma è stata teatro di inaudite violenze da parte di gruppi che evidentemente nulla avevano in comune con quei cittadini che volevano pacificamente manifestare contro l’ingiustizia sociale e l’iniquità con le quali si sta affrontando la crisi nel nostro Paese.
Solidarietà a chi ha subito danni e speranza che i responsabili abbiano il giusto trattamento. Tutto ciò non fa che acuire un clima che non aiuta a dare le giuste risposte alle tante famiglie che in questi mesi hanno perso il lavoro, ai tanti giovani che non intravedono un percorso per il loro futuro, ad un’Italia che da troppo tempo attende risposte.
“Se una libera società non può aiutare i molti che sono poveri, non dovrebbe salvare i pochi che sono ricchi” sono le parole con le quali J.F.Kennedy si rivolgeva agli americani negli anni ’60. Parole di grande attualità, che dovrebbero essere suggerite al Presidente del Consiglio Berlusconi che invece ha come punto di riferimento politico Putin.
Ciò che è accaduto in Parlamento rispetto alla manovra finanziaria è l’ennesima conferma che questo Governo non ha alcuna strategia economica e politica: ciò che tiene unita la maggioranza, quando è presente, è la necessità di mantenere il potere.
Stiamo vivendo una crisi senza precedenti, l’Italia è ormai un Paese estenuato da una transizione politica che dura da un ventennio e ciò che appare più grave è che stanno aumentando i segni di frammentazione e nuove povertà. Confindustria chiede inascoltata politiche nuove per ridare slancio all’economia e al lavoro, abbiamo perso credibilità sui mercati internazionali e nei confronti degli altri Paesi europei, molte famiglie non arrivano più a fine mese e altre rischiano di perdere il lavoro, il potere d’acquisto del cittadino medio è sempre più in calo con conseguenze preoccupanti, la coesione sociale è in pericolo. Grande assente: la Politica del “BuonSenso”, della serietà e del rigore, del merito e dell’innovazione, quella politica in grado di ridare fiducia ai milioni di cittadini che l’hanno perduta e non esercitano più il diritto di voto.
Anche in questa finanziaria invece, dopo lunghe sceneggiate da far invidia a Totò e Peppino, il Governo ha approvato una manovra che nella sostanza ha cancellato il contributo di solidarietà per i ricchi, nessuna modifica sostanziale per lo Stato Centrale, sono state toccate in minima parte le speculazioni finanziarie, sparito il fondo per la non autosufficienza, è stata però aumentata l’iva con conseguente penalizzazione per i cittadini e ridotti ulteriormente gli spazi d’ intervento degli enti locali che da anni continuano a coprire i costi dello Stato in materia di pubblica istruzione e sostegno ai disabili, oggetto di altre sostanziali riduzioni in tema di diritti e aiuti. Le politiche del lavoro e di sostegno alla famiglia pressoché inesistenti. Si persevera nel continuare a prendere sempre agli stessi, privilegiando i più ricchi.
Da tempo noi socialisti abbiamo manifestato la necessità di rinnovare un Patto con gli italiani con un programma riformista e riformatore che prevede una riorganizzazione dello Stato e dei suoi apparati, privilegiando un federalismo solidale vero con uno snellimento delle strutture statali che valorizzi i sistemi regionali in modo da determinare assetti istituzionali in grado di ridurre gli sprechi. Questo significa lavorare sulle Unioni e fusioni di Comuni con gestioni uniche dei servizi in grado di mantenere la qualità con contenimento della spesa. Attivazione d’iniziative serie con valorizzazione di partnership pubblico-privato in materia di servizi alla persona in grado di non generare debiti da scaricare sulle future generazioni, ma siano garanzia di tutela per le fasce più deboli. E’ necessario promuovere investimenti per innovare il sistema delle imprese e renderle competitive sul mercato internazionale, alleggerire il sistema burocratico e introdurre politiche del lavoro che favoriscano i giovani e le donne come già avviene in molti paesi europei. Occorre una nuova legge elettorale che ridia ruolo all’elettore e favorisca la presenza delle donne, tenuto conto del fatto che l’Italia sconta politiche e costumi che certo non ne hanno favorito la presenza.
L’Italia ha bisogno di una proposta politica e programmatica chiara, credibile e praticabile. Facciamo in modo che questa generazione, senza rottamatori, ma con le intelligenze, scriva una storia che ridia fiducia ai nostri giovani, facciamo in modo che la politica e gli ideali rappresentino ancora per i nostri figli quell’orizzonte irraggiungibile che però ogni giorno segna un traguardo.

Non siamo le solite di sempre

di Pia Locatelli - presidente Internazionale Socialista Donne

Previste 200-300 partecipanti, iscritte oltre 1.000, presenti oltre 2.000, donne e alcuni uomini, decine di migliaia di contatti attraverso blog, facebook, twitter ... : questi i numeri dell’incontro di Siena del 9 e 10 luglio, la prova che ‘Se non ora quando’ ha colto nel segno dando speranza alle tante donne, e anche uomini, che si sentivano impotenti nel contrastare il degrado dell’immagine femminile e il ruolo negato alle donne nella vita del Paese.
La manifestazione del 13 febbraio e la due giorni di Siena indicano che si può uscire dall’impotenza e mettere in movimento le energie disponibili per cambiare un Paese bloccato, represso, senza desideri.
Siamo partite dalle tre proposte avanzate l’otto marzo, accompagnate dallo slogan “rimettiamo al mondo l’Italia”:
- indennità di maternità universale a carico della fiscalità generale, perché tutte le donne che lavorano devono poter scegliere se essere madri, anche le precarie, che ora non possono scegliere;
- riproposizione della legge che impediva la pratica delle dimissioni in bianco, strumento odioso imposto all’atto dell’assunzione per aggirare il divieto di ... libertà di licenziamento, usato soprattutto contro le donne a rischio di maternità, legge già esistente la cui cancellazione è stato il primo atto dell’attuale governo;
- congedo di paternità obbligatorio: I figli e le figlie si fanno in due ma troppo spesso quando vanno allevati e accuditi risultano essere figli/e delle sole madri. Se per le donne il congedo di maternità è obbligatorio, la facoltatività di quello per i padri ha trasformato in una sorta di handicap quello che continuiamo a considerare un segno di civiltà. Congedo per i padri obbligatorio, retribuito al 100% e a carico della fiscalità generale. Si rimette al mondo l’Italia anche condividendo gioie e fatiche di famiglia e lavoro.
Rappresentazione dei corpi e lavoro delle donne sono le due facce dello scandalo italiano, dicono le donne di ‘Se non ora quando’: questo è stato il punto di partenza su cui abbiamo costruito l’incontro di Siena proponendo come contenuto il nesso tra le brutte immagini di donne che attraversano gli schermi e riempiono le riviste e il mancato posto fatto alle donne nella vita pubblica, a partire dal lavoro.
Si comincia il 9 luglio poco prima di mezzogiorno con le proiezioni video del 13 febbraio; seguono alcuni interventi introduttivi: Francesca Izzo, una filosofa insolitamente (per una filosofa, non per lei) concreta, che parla di superamento di barriere, anche quelle dei diversi femminismi; Linda Laura Sabbadini, direttrice centrale dell’Istat che fotografa l’Italia al femminile, e non è una bella fotografia; l’economista Tindara Abbado; Sabina Castelfranco, rappresentante della stampa estera che racconta perché la manifestazione di febbraio ha conquistato le prime pagine dei giornali stranieri e come viene letta oltre frontiera la questione femminile nel nostro Paese.
Poi gli interventi, ricchi, vivaci, creativi, interessanti, liberi, sciolti e, miracolo, ordinati, anche nei tempi. Una sessantina nel pomeriggio della prima giornata, un susseguirsi di voci per un percorso a volte corale a volte individuale; tre minuti a testa per tutti e tutte, comitati, associazioni, singole donne, archeologhe o artiste; anche qualche politica cui è stata rivolta una leggera contestazione, segnale di una certa insofferenza verso quel mondo più che verso di loro.
Quattro ore di interventi in una piazza piena di donne, giovani e meno giovani, qualche uomo, in tante ad inseguire l’ombra degli alberi e di vecchi palazzi, piccoli stand e qualche impianto tecnologico che ci ha proiettate fuori dal Prato di Sant’Agostino, fuori da Siena, anche fuori dall’Italia attraverso le reti dei social network.
A conclusione un flash mob in Piazza del Campo dove siamo state guidate da una street band; a sera di nuovo a Prato di Sant’Agostino, per una gioiosa festa con la regia di Lunetta Savino.
Il giorno successivo è stato il momento per gli impegni, i contenuti e la proposta politico - organizzativa per far pesare la forza che abbiamo costruito, pur nelle differenze che devono essere riconosciute. Alcune sono differenze antiche, altre nuovissime non solo perché ci sono le giovani, finalmente, ma anche perché ci sono aggregazioni recentissime. Non siamo le solite di sempre. Qualcuno dice che il 13 febbraio abbiamo convocato il Paese e il Paese ha risposto. La composizione della piazza di Siena ne è la conferma.
Il progetto è di una rete inclusiva, accogliente, capace di superare le barriere identitarie, una rete ugualitaria - il Comitato nazionale ha esclusivo ruolo funzionale - costruita a partire dalle diverse realtà locali, una rete agile e insieme stabile e organizzata, alla cui base stia la dimensione di giustizia. Nessuna vuole diventare partito, ma è concreta la domanda di politica e di interlocuzione con partiti e istituzioni. C’è una nuova forza sulla scena politica nazionale, nata da un patto leale tra le mille realtà femminili che si incontrano e si riconoscono.



Avanti! della domenica N.28 del 17 luglio 2011

Le Donne Socialiste a sostegno delle Donne.


di Rita Cinti Luciani - responsabile nazionale pari opportunità PSI

Il 9  e 10 luglio a Siena , le donne di ogni parte d’Italia hanno dato vita a due giornate di dibattiti per proseguire un lavoro cominciato il 13 febbraio in tante città italiane all’insegna di “Se non ora Quando”?  Due giornate tese a far sentire maggiormente la voce delle donne in una società che poco ha investito sulle competenze femminili, anzi negli ultimi anni ha fortemente distorto l’immagine delle donne e il loro ruolo. In un momento di grande difficoltà dal punto di vista economico e sociale i dati Istat confermano che l’immagine femminile data dai media e certa pubblicità sono l’espressione della forte resistenza che è ancora presente nel nostro Paese nel lasciare spazio alla libertà femminile e alla piena partecipazione nella vita politica, economica e sociale. Le donne fin dalla primissima età, studiano, danno prova di maturità e serietà ma faticano ad entrare nel mercato del lavoro, per esempio,  perché donne e madri.
Un Paese che invoca il concetto di merito a parole e non a fatti, che non investe in modo paritetico nelle donne, è quindi un Paese senza futuro e i dati in Italia dimostrano proprio che è ancora troppo faticoso trovare uno spazio polico-sociale, ma qualcosa nel 2011 è cambiato e il tema sembra essere tornato finalmente centrale. Oggi, in piena crisi occorre più che mai un impegno trasversale di tutte la donne per creare una rete e far sentire maggiormente non solo la voce ma anche le proposte delle donne e degli uomini che credono nella necessità di una inversione di rotta nella società e che i tagli seppure necessari dato il momento, non debbano però essere apportati in modo indiscriminato al welfare e al sistema dei servizi, cose che colpiscono maggiormente le famiglie e in particolare le donne. La politica ha bisogno di segnali nuovi, all’insegna della partecipazione, della serietà e rigore, ma soprattutto dell’esempio, del buon esempio. Noi socialiste e socialisti pensiamo che le donne possano davvero dare un grande contributo a questo cambiamento, per questa ragione lavoreremo a fianco di chi si sta impegnando in questa direzione.     

“ LE DONNE ARABE E LA STRADA PER LA DEMOCRAZIA”




Si è conclusa il 29 giugno, la Conferenza dell’Internazionale Socialista Donne ad Atene, che ha visto un’ampia partecipazione delle rappresentanti di tutto il mondo per affrontare un tema di grandissima attualità dopo “la primavera del medio-oriente”. 
Due giornate di lavoro con il messaggio di saluto iniziale di George Papandreou impegnato in questo momento ad affrontare la grande crisi della Grecia e i momenti di forte tensione che si sono svolti nella capitale. A lui e al popolo greco è stata espressa tutta la solidarietà delle donne socialiste.
Dopo l’apertura dei lavori da parte della Presidente Pia Locatelli,  si sono succedute molte relatrici che oltre a portare la loro esperienza, hanno approfondito ed analizzato il tema dei Paesi arabi e il difficile percorso verso la democrazia, le differenti situazioni ed esigenze, in particolare il ruolo delle donne sia nel  processo iniziato che in quello futuro. 
Le donne hanno svolto un ruolo centrale nella primavera araba, ora il tema fondamentale è come cambiare modello in quei Paesi, creando le condizioni per un processo di modernizzazione condiviso e partecipato, insieme alla necessità  di proporre un nuovo contratto sociale. In molte hanno sottolineato la difficoltà di gestire una transizione che non sempre vede le donne coinvolte per contribuire alla realizzazione di Carte Costituzionali a garanzia di una vera democratizzazione di questi Paesi. Certamente le proteste e i fenomeni di diffusione delle informazioni non sono circoscritti ai soli giovani ma trasversali a tutti gli strati sociali e religiosi,con le donne sicuramente in percentuali molto elevate, perché convinte della necessità di una partecipazione alla vita politica, sociale ed economica dei loro Paesi. 
Ciò che è accaduto in sé è importante, ma in tante hanno ribadito che questo non significa  parità di opportunità per le donne, molte delle quali nei mesi scorsi sono state imprigionate, picchiate, torturate e violentate proprio per il loro impegno. 
Dopo un ampio dibattito è stata approvata una risoluzione proposta dall’esecutivo socialista che prevede numerosi punti tra questi l’impegno della Comunità internazionale in azioni concrete tese a sostenere la protezione dei diritti umani e a trasformare la cultura della violenza in cultura per la pace e la convivenza. L’appello quindi a sostenere la lotta delle donne arabe, ad impegnarsi per promuovere l’empowerment delle donne in tutte le sfere della vita e a costruire “ponti” con le organizzazioni femminili all’interno del mondo arabo per la realizzazione di un processo di democratizzazione e pace senza discriminazioni. 
Due giornate di grande interesse che hanno visto le donne socialiste impegnarsi per contribuire, come sempre hanno fatto nella storia al cambiamento della società.

Rita Cinti Luciani
responsabile nazionale pari opportunità PSI




DEDICO IL MIO 8 MARZO ALLE MADRI DI RAGAZZI DISABILI GRAVI: LE PARI OPPORTUNITA’ CHE NON ARRIVANO MAI.  
di Daniela Mignogna Segreteria Nazionale PSI- Dipartimento Socio-sanitario

La disabilità è un argomento complesso e vasto. I bambini che nascono con patologie genetiche , metaboliche, traumi da parto , sono in forte aumento , senza dimenticare quelli che diventano disabili a causa di incidenti stradali o domestici .
La famiglia si trova da un momento all’altro a dover cambiare vita, viene travolta dai sentimenti, dai timori, dalla disperazione , dalla incredulità.
Le madri con figli disabili non hanno le stesse Pari Opportunità della altre madri.
Le donne che si trovano a vivere la realtà di un figlio disabile non vengono informate adeguatamente del sostegno previsto dalle nostre leggi che spesso sono inapplicate proprio da chi dovrebbe invece metterle in opera.
Il primo ostacolo a cui si trova di fronte una madre è la mancata e adeguata assistenza per permetterle di continuare a lavorare , sia per mantenere inalterato il livello economico del nucleo famigliare, sia per mantenere un minimo di vita di relazione, che può aiutare nel tempo a vivere un contesto sociale e non rischiare di cadere nella depressione più totale. Abbiamo esempi strazianti di madri che uccidono il figlio disabile e a volte si uccidono esse stesse...
Le patologie genetiche, gravissime in molti casi , possono coinvolgere l’apparato motorio , respiratorio, sensoriale: ci troviamo così di fronte a un bambino che per vivere ha bisogno di un respiratore, dell’inserimento della PEG ( sondino per l’alimentazione inserito nello stomaco) e con la vista o l’udito compromessi .In questi casi per permettere alla mamma di tornare al lavoro dopo il periodo previsto per il congedo di maternità sarebbe necessaria un’assistenza con personale sanitario di almeno 10 ore al giorno ( 8 di lavoro e 2 per gli spostamenti). Così non è se non in rarissimi casi: nella maggior parte delle situazioni in tutte le Regioni italiane le madri sono costrette a scegliere se occuparsi del loro bambino, rinunciando al lavoro o scegliere il lavoro, rinunciando a vivere con il proprio figlio.
Il delitto peggiore che si possa commettere è separare un figlio dalla propria madre, e questo avviene quando questi ragazzi vengono inseriti nei centri residenziali, non inferiore come gravità a mettere di fronte a scelte sofferte, solo per motivi economici, queste stesse madri che hanno la sola colpa di appartenere a un ceto medio , o medio basso.
A quali madri di figli normodotati viene chiesto di fare questa scelta? Per loro ci sono le babysitter, i nidi , i nonni, per i figli in condizione di handicap invece le babysitter non hanno la preparazione necessaria, gli asilo-nido spesso non si attivano, visto che fanno capo al Comune le spese di gestione ,i nonni ,quando ci sono ,sono spaventati dall’impegno “straordinario nel vigilare un bambino con disabilità grave.
“Mancano i fondi necessari”: sono le parole che sia le ASL che i comuni tramite gli assistenti sociali ripetono fino alla nausea alle famiglie , ma allora che devono fare queste donne e madri? Quali sono le priorità di un Paese civile?
Non vedo perché non dedicare a queste madri un piccolo tributo, un piccolissimo pensiero: la celebrazione del mio 8 marzo.




PER UN CESPO D’INSALATA di Rita Moriconi

Fiaba Semiseria sul coraggio delle Donne

Siamo a Reggio Emilia, in un caldo 20 agosto del 1796.  
In quei giorni la situazione in città è confusa: i francesi occupano la Cittadella ed il Reggente estense invia 400 Dragoni per cercare di mantenere l’ordine; ma verso le cinque del pomeriggio arriva il casus belli sotto l’insolita forma di un cespo d’insalata.
Dobbiamo fare uno sforzo d’immaginazione e porci in piazza San Prospero, la piasa céca dei reggiani. Quel luogo, all’ombra della basilica del patrono, ora come allora rappresentava il cuore della vita cittadina, dove si svolgeva il mercato quotidiano.
La piazza è gremita di gente quando, in un punto imprecisato, scoppia una lite fra un granatiere e un’ortolana perché, pare, non si erano messi d’accordo sul prezzo della merce. Episodi come questi  rappresentavano forse la normalità in un mercato cittadino, ma la confusa situazione politica i cui si trovava la città era sufficiente a trasformare la fiamma di un cerino in un incendio.
L’azione è degna di un copione hollywoodiano: un barbiere tenta di mettere pace tra il soldato e l’ortolana, ma è minacciato con una sciabola che finisce addosso ad un ragazzino; alle grida di quest’ultimo accorre l’Auditore militare Ferdinando Ruffini, che rimprovera il soldato, cui però arriva a dare manforte un commilitone che colpisce il braccio dell’Auditore; quest’ultimo, per evitare altre percosse, trova rifugio in un negozio nel quale, manco a farlo apposta, si trovava un noto e fervente repubblicano, Carlo Ferrarini che, preso da furore antiestense, afferra una sedia e la scaglia addosso ai soldati.  La loro reazione non si farà attendere e il povero Ferrarini, coinvolto suo malgrado, dopo essere stato malmenato dai soldati è trascinato in arresto negli alloggiamenti della milizia a porta san Pietro.
La notizia dell’arresto del Ferrarini si sparge in un baleno e la piazza si riempie di gente che chiede la sua liberazione. E’a questo punto che compare sulla scena un personaggio che diventerà quasi un’icona della rivoluzione cittadina: Rosa Manganelli, nome omen.

LA CAMERA APPROVA LA PROPOSTA DI LEGGE SULLE QUOTE ROSA

di Claudia Bastianelli Resp. Pari Opportunità FGS
E’ stata approvata alla Camera la proposta di legge sulle quote rosa all’interno dei consigli di amministrazione delle aziende quotate in borsa e partecipate pubbliche e, sicuramente prima del 14 dicembre, la stessa proposta sarà posta in votazione in Senato. Si tratta di una legge innovativa per l’Italia, anche se in Europa sono molti i Paesi che già la conoscono e l’hanno applicata. Tale Legge prevede che nei consigli di amministrazione delle aziende spa e partecipate pubbliche sia garantito un terzo dei posti al genere meno rappresentato (ovviamente nella maggioranza dei casi si tratta del genere femminile).  
Come detto sopra non si tratta di una novità sul panorama europeo e ritengo sia doveroso fare riferimento alla Ley de Igualdad, una legge approvata dal governo spagnolo di Zapatero, che affronta tutti i casi in cui è necessario introdurre la completa parità tra i due sessi sia in ambito pubblico che privato, eliminando qualunque discriminazione dovuta a motivi di genere. Se da un lato questo tipo di legge è una garanzia al fine di permettere una maggiore rappresentanza delle donne nei luoghi decisionali, dall’altro ritengo che si debbano fare riflessioni approfondite sul tema. La possibilità per le donne di avere ruoli importanti nelle aziende è sicuramente una cosa da difendere e che troppe volte è stata violata in nome di una preferenza del genere maschile in quanto meno responsabile in ambito familiare e, dunque, sicuramente più presente a livello lavorativo. 
Allo stesso tempo però credo che il ricorso frequente alle quote rosa costituisca una  forma di discriminazione ancora maggiore in quanto, come spesso accade, non è il merito a prevalere, ma la sola necessità di raggiungere una percentuale dettata da leggi e statuti. La condivisione bipartisan della legge in questione mi fa pensare che questo argomento è percepito come importante ed urgente da tutte le forze politiche presenti in Parlamento, mi spiaccio del fatto che nessuno si impegni fattivamente per anteporre il merito agli schemi dettati da altri e che nessuno abbia, in sede di discussione, posto l’attenzione su questo tema. Partendo dal presupposto che sia giusto esultare perché le donne vedano riconosciuto un loro diritto, un dubbio rimane: saranno le più brave ad andare avanti e ad essere premiate?

25 novembre, No alla violenza contro le donne.


Con la risoluzione 54/134 del 17 dicembre 1999, le Nazioni Unite hanno dedicato il 25 novembre alla celebrazione della giornata internazionale per eliminare la violenza contro le donne, invitando governi, organizzazioni internazionali e ONG a organizzare eventi per sollecitare l’attenzione pubblica sul tema. 
La scelta della giornata del 25 novembre da parte delle organizzazioni femministe risale al 1981 e la data venne scelta per ricordare le tre sorelle Mirabal, colpevoli di opporsi alla dittatura di Rafael Leónidas Trujillo giunto al potere nel 1930 con elezioni truccate, trucidate dalle forze speciali della Repubblica Dominicana nel 1960.
I diritti delle donne sono diritti umani a tutti gli effetti e qualunque violazione di questi diritti è pertanto una violazione dei diritti umani. Scopo della campagna è quindi l’eliminazione di tutte le forme di violenza sulle donne attraverso:
  • il riconoscimento a livello internazionale, regionale e locale della violenza di genere come violazione dei diritti umani;
  • il rafforzamento delle attività a livello locale ed internazionale contro questo tipo di violenza;
  • la creazione di spazi internazionali di discussione per l’adozione di strategie condivise ed efficaci in materia;
  • dimostrazioni di solidarietà con le vittime di queste violenze in tutto il mondo;
  • il ricorso a governi affinché adottino provvedimenti concreti per l’eliminazione di questo tipo di violenze 
Pia Locatelli - Mariposas, non vi dimenticheremo
Presidente Internazionale Socialista Donne
 
Il 25 novembre, “Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”, è celebrazione recente, diversamente dal primo maggio, giornata del lavoro, o dall’otto marzo, giornata internazionale delle donne, entrambe di origine socialista e celebrate da ormai cento anni.
Questa giornata nasce a Bogotà durante un incontro femminista dell’America Latina e dei Caraibi,  per iniziativa della delegazione della Repubblica Dominicana che propose di arricchire il calendario internazionale con il ricordo delle sorelle Mirabal.
Le Mirabal erano quattro: Minerva, la pasionaria avvocata degli oppressi, Patria, la devota, Maria Teresa, entrata in politica per amore, Dedé, l’unica sopravvissuta perché non coinvolta nell’impegno politico. E’ grazie al racconto di quest’ultima che conosciamo la storia delle sue tre sorelle, chiamate con il nome di battaglia di mariposas, farfalle, per la loro bellezza e apparente fragilità. Le Mariposas furono perseguitate dal dittatore Trujillo per la loro attività politica: furono incarcerate, la loro casa, centro di attività politica contro la dittatura, fu distrutta, i loro beni espropriati. Ma non bastò, il 25 novembre 1960, mentre si recavano in carcere a visitare i mariti, la loro auto fu intercettata dal Servizio d’Intelligenza Militare e furono orrendamente massacrate: prima bastonate, accoltellate, torturate e infine strangolate dando a questa tragedia la connotazione del femminicidio. La loro jeep fu fatta trovare in un burrone, nel tentativo di mascherare il massacro con un incidente, ma l’orrore per l’accaduto si diffuse nel Paese con intensità e rapidità, l’odio per il dittatore Trujillo esplose e fomentò la rivolta contro la dittatura, che durava da oltre trent’anni, che crollò pochi mesi dopo.
A distanza di vent’anni fu avanzata la proposta delle femministe dominicane e furono necessari altri vent’anni perché l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite accogliesse la richiesta proclamando il 25 Novembre “Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” e invitando i governi, le istituzioni internazionali e le organizzazioni non governative a promuovere in quel giorno attività volte a sensibilizzare l’opinione pubblica.
Da allora, soprattutto ad opera delle organizzazioni femminili e femministe e dei centri antiviolenza, la giornata è entrata nel calendario internazionale ed è ora patrimonio comune, come lo sono il primo maggio o la giornata internazionale delle donne.
Il tema della violenza alle donne è sempre stato all’attenzione dell’Internazionale Socialista Donne fin dalla sua fondazione, perché è purtroppo una presenza costante nella vita di un numero incredibile di donne: violenza dentro la famiglia, la più nascosta e la più insidiosa; violenza scoperta e raccapricciante, come quella che ha portato alla morte la pakistano-bresciana Hina o Aqsa Parvez, la sedicenne canadese di cultura islamica, entrambe uccise dal padre in nome dell’onore della famiglia; violenza sempre più sofisticata e organizzata come quella legata al traffico internazionale della prostituzione, che fa diventare schiave le donne che vi sono coinvolte con la speranza di un lavoro o di un guadagno facile; violenza innominabile come quella perpetrata contro le bambine e i bambini; violenza in India o in Cina contro le bambine mai nate a causa di politiche demografiche che fanno preferire di non far nascere un nascituro se di sesso femminile; violenza praticata nel nome della cultura e delle tradizioni, come le mutilazioni genitali, di origine pre-islamica e che nulla hanno a che vedere con la religione...
Soprattutto violenza nella vita quotidiana di tante donne e bambine che apparentemente vivono una vita normale, vicine a noi, come se nulla fosse, e invece dietro il loro silenzio si nascondono drammi inimmaginabili.
Sono tante, troppe le donne che ne sono vittime, e se siamo così fortunate da non averla sperimentata, pensiamo che certamente in un qualsiasi incontro che veda riunite un gruppo anche piccolo di donne, c’è qualcuna che la violenza l’ha subita ma ha difficoltà a parlarne, come se si dovesse vergognare di essere una vittima.
Il 25 Novembre ci chiama a fare i conti con la voglia di non vedere, di girare il capo dall’altra parte, che in fondo è una sorta di omertà, e ci assegna il compito di far uscire dal silenzio la tragedia della violenza alle donne e alle bambine.

Rita Cinti Luciani - Un problema tutto da vincere un’emergenza su scala globale
responsabile nazionale Pari Opportunità PSI
Questa è una giornata simbolo per un problema tutto da vincere, “un fenomeno che rappresenta una vera emergenza su scala mondiale” , come l’ha definito anche il Presidente Napolitano.
Molti degli uomini che maltrattano le donne hanno avuto “una mamma cattiva”, “una mamma inadeguata che non sapeva cucinare”, “che  non sapeva parlare e che sbagliava anche quando taceva, una mamma che il papà puniva”. Le donne maltrattate in famiglia quasi sempre tacciono per paura e vergogna e la violenza subita diventa parte di un destino che difficilmente si apre a vie di fuga.
La predestinazione in realtà appartiene più alla violenza praticata piuttosto che non a quella subita.  Violenti si può diventare perchè non si è stati educati al rispetto dell’altro, violenti si può diventare quando da bambini si è assistito alla violenza fatta da un adulto di riferimento sulla propria madre, violenti si può diventare perchè si è cresciuti immersi in una cultura che non attribuisce valore alle donne e alle loro vite.
La violenza contro le donne è un fenomeno in espansione, negli ultimi anni sono aumentati in maniera allarmante i femminicidi, in gran parte riferibili alla violenza domestica.
Nel 2009 l’Istat ha calcolato che in Italia oltre 10 milioni di donne tra i 16 e i 65 anni nel corso della loro vita hanno subito una qualche forma di violenza fisica, sessuale o psicologica con comportamenti persecutori (stalking). Ricerche più recenti depongono per un continuo aggravarsi del fenomeno. Accanto alle donne che da sempre tacciono per paura e vergogna e perché “col tempo è arrivata una sorta di rassegnazione”, ci sono le nuove schiave, quelle della tratta, per lo più Nigeriane ma anche rumene ed ucraine il cui progetto migratorio di una vita migliore si è frantumato sui marciapidi delle periferie delle nostre città, donne che tacciono perché temono per la propria vita e per quella dei propri famigliari.
Poi ci sono le donne che provengono da Paesi di predominante cultura maschilista, quelle per le quali la parità tra i sessi non sta sotto questo cielo, quelle per le quali la subordinazione della femmina al maschio è natura e credo. Mutilazioni, stupri generalizzati, lapidazioni, non avvengono molto lontano da noi e non possiamo restare indifferenti.
Poi ci sono i pericoli della rete, gli adescamenti di minorenni attraverso i social network, le reputazioni rovinate via telefonino quasi per scherzo, così, tanto per farsi grandi con gli amici. Spesso ci si interroga sul perché di tanta violenza e viene fuori di tutto: la crescente frustazione dei maschi, le culture in conflitto, la riduzione pubblicitaria del corpo femminile a merce, la violenza dilagante sulla rete, l’incapacità di comunicare, l’incapacità di perdere, la mancanza di modelli positivi, i genitori disattenti…
Espressioni tutte, ritengo, di una mancata educazione dei sentimenti.
Ci si dovrebbe occupare dell’educazione sentimentale dei bambini e delle bambine in famiglia e soprattutto a scuola, a partire dalla scuola materna fino alla scuola secondaria.
Un Ministro della Pubblica Istruzione che portasse all’introduzione dell’educazione dei sentimenti nei nostri ordinamenti opererebbe senza dubbio una lungimirante operazione di riforma della scuola italiana e farebbe opera altamente meritoria per la società presente e futura. Ma il nostro Governo e la nostra Ministra sono troppo concentrati nel tagliare i fondi alla scuola pubblica. In attesa che adulti meglio educati nei sentimenti e nel rispetto della persona crescano non resta che lavorare per prevenire e per riparare precocemente i danni prodotti ai bambini, alle bambine e alle donne dai maltrattamenti subiti.
Nel nostro Paese, in molti casi e in molte realtà si sono realizzate ottime pratiche che dovrebbero essere portate a sistema nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale.
Stato e Regioni dovrebbero predisporre linee di finanziamento destinate a programmi di messa in tutela e reinserimento sociale delle donne maltrattate, a promuovere la crescita della rete delle case delle donne, a sostenere economicamente i Comuni e le associazioni di volontariato che se ne occupano.Solo con interventi sistematici e reti di protezione si possono ottenere risultati positivi e indurre un maggior numero di donne a reagire e denunciare le violenze subite.
Il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, da giornata di denuncia della violenza potrebbe trasformarsi in giornata di promozione del benessere delle donne, bisogna volerlo fare, occuparsene e preoccuparsene tutti i giorni. 

Claudia Bastianelli - E le vittime sono sempre più giovani
Resp. Pari Opportunità FGS

La questione della violenza sulle donne è un tema purtroppo sempre attuale ed assolutamente trasversale, dove l’età, l’aspetto esteriore o la classe sociale non costituiscono alcuna discriminante. Si tratta di una vera questione internazionale, in quanto in ogni Paese del pianeta, indipendentemente dallo sviluppo culturale e dalla forma di governo, ci sono donne che subiscono violenze fisiche, psicologiche e sessuali. Troppe donne, soprattutto nei Paesi Islamici, rimangono vittime di lapidazione condannate da sentenze arbitrarie e per reati, quali ad esempio l’adulterio, che nella gran parte del mondo occidentale rientrano nella sfera delle libertà di autodeterminazione. Le pratiche violente che vengono inflitte sulle donne come la pena di morte tramite lapidazione oppure l’infibulazione o l’imposizione di indossare il burqua, non sono rappresentative di una particolare forma religiosa, ma costituiscono una forma di oppressione patriarcale che ha come unico scopo quello di annullarne il corpo e l’anima e di far si che, nascoste dietro un velo quadrettato, non osino mai ribellarsi, ma continuino a vivere nel ghetto che qualcun altro ha costruito per loro.
Non dobbiamo però pensare che tutto ciò sia lontano da noi, che sia soltanto un modo di approcciarsi all’universo femminile tipico di Paesi “democraticamente arretrati”. In Italia i maltrattamenti all’interno delle mura domestiche rappresentano la prima causa di morte per le donne tra i 16 ed i 60 anni; quasi il 70% degli stupri viene attuato dal partner o da uomini appartenenti alla famiglia della vittima. Preoccupante è il fenomeno che stima l’abbassarsi sempre di più dell’età media delle vittime; ma ancor più agghiacciante è il fatto che più del 90% delle violenze non viene mai denunciata a causa della paura e dei ricatti, che spesso si ripercuotono anche nei figli (nel caso delle violenze domestiche), che subiscono le donne. Il silenzio spesso deriva anche dalla mancata autosufficienza economica, che costringe le donne a restare legate ai propri aguzzini. Il primo impegno delle Istituzione dovrebbe essere, dunque, proprio quello di mettere le donne che subiscono violenza, nella condizione di non avere paura a denunciare, e dunque di fornire loro sostegno psicologico, protezione post denuncia, e vie privilegiate di accesso al mondo del lavoro. Il bisogno che alcuni uomini hanno di dominare il sesso opposto con comportamenti violenti è forse spiegabile da luminari in psicologia, ma ciò che non si può comunque accettare e giustificare in alcun caso. Un elemento però non va sottovalutato: le lacune culturali che ancora resistono nel nostro Paese e che fino a qualche anno fa prevedevano pene attenuate in caso di colpevoli di “delitto d’onore” rappresentano il male più difficile da sradicare. E’ proprio per questo che la scuola e l’educazione in famiglia costituiscono una via possibile per fare in modo che le nuove generazioni imparino cosa sia il rispetto per i propri simili, che si tratti di donne, portatori di handicap, immigrati o altro, senza alcuna forma discriminatoria. E’ compito anche del nostro Partito, quale forza riformista basata sui valori delle pari opportunità e della difesa dei diritti umani intesi nel senso più ampio del termine, mantenere alta l’attenzione su questi temi, anche in conformità a quanto previsto dal capitolo quarto del Manifesto del PSE People First, a quanto disciplinato dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e soprattutto dalla Carta Costituzionale Italiana.
 
NUMERO SPECIALE DELL'AVANTI! DELLA DOMENICA


Perché il 25 novembre non duri solo un giorno 

Quarantacinque anni fa Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal, eroine della lotta di liberazione della Repubblica Dominicana dal dittatore Trujillo, furono fermate da agenti segreti del servizio militare mentre si recavano a far visita ai loro mariti in prigione e, dopo avere subito numerose torture, furono chiuse nell’abitacolo della macchina nella quale viaggiavano e spinte in un precipizio al fine di simulare una morte accidentale.
Oggi sono il simbolo internazionale della battaglia contro la violenza alle donne e che l’Onu ha reso indelebile il loro ricordo nel 1998, proclamando il 25 novembre, anniversario della loro morte, la giornata internazionale contro la violenza alle donne.
La violenza contro le donne, sia  giovani che adulte, è una delle violazioni di diritti umani più diffuse e che questa può riguardare l’abuso fisico, sessuale, psicologico ed economico e va oltre i limiti di età, razza, cultura, benessere e posizione geografica.
La violenza contro le donne si verifica a casa, sulla strada, nelle scuole, sul luogo di lavoro, nei campi, nei campi profughi, durante scontri e crisi e che si manifesta in diversi modi, dalle forme più comuni di violenza domestica e sessuale, le convenzioni sociali dannose, l’abuso durante la gravidanza, fino ai cosiddetti delitti d’onore ed altri reati gravi legati solo al fatto di essere donne.

In tutto il mondo più di sei donne su dieci hanno subito nel corso della propria vita violenze fisiche e/o sessuali.
Uno studio condotto dall’Organizzazione Mondiale della Salute su 24.000 donne in 10 Paesi ha rilevato che la prevalenza di atti di violenza fisica e/o sessuale causati dal partner variavano dal 15 percento del Giappone urbano al 71 percento nell’ Etiopia rurale, mentre nella maggior parte delle aree la percentuale oscillava dal 30 al 60 percento.
Gli strumenti legali nazionali ed internazionali hanno sottolineato gli obblighi degli Stati nel prevenire, sradicare e punire la violenza contro le donne giovani e adulte.
Nel mondo sono stati compiuti enormi progressi nell’affrontare la violenza contro le donne giovani e adulte. Secondo uno “Studio Approfondito di Tutte le Forme di Violenza contro le Donne” condotto nel 2006 dall’ONU, 89 Paesi possiedono una legislazione sulla violenza domestica ed un numero crescente di Paesi ha istituito dei piani d’azione nazionali.
Lo stupro coniugale è un reato perseguibile in 104 Stati e 90 Paesi possiedono delle leggi sulla molestia sessuale. In 102 Paesi non esistono provvedimenti legali specifici contro la violenza domestica e lo stupro coniugale non è un reato perseguibile in almeno 53 nazioni.
La Convenzione sull’Eliminazione di Tutte le Forme di Discriminazione contro le Donne (CEDAW) richiede che i Paesi parte della Convenzione adottino tutte le misure necessarie per porre fine alla violenza ma che, purtroppo, la prevalenza della violenza contro le donne giovani ed adulte mostra come questa debba ancora essere affrontata con tutto l’impegno politico e tutte le risorse necessarie.
Nel nostro Paese il 31,9% delle donne ha subìto violenza nel corso della propria vita e, nella maggior parte dei casi, a compierla sono i loro partner.
In Italia circa il 70% delle vittime di omicidi compiuti tra le mura domestiche sono donne e la violenza in famiglia resta la prima causa di morte violenta delle donne tra i 16 ed i 44 anni.
In Emilia-Romagna, a partire dalle ultime rilevazioni regionali disponibili,  quasi 1.500 donne ogni anno vengono accolte dai Centri antiviolenza sparsi per il territorio.
Per rilanciare le azioni di contrasto a questa piaga sociale tutte le Consigliere, assieme a molti colleghi Consiglieri, hanno presentato una Risoluzione in Assemblea Legislativa dell’Emilia Romagna, trasversalmente condivisa, con cui hanno impegnato la Giunta della Regione a realizzare alcune precise iniziative.
Occorre in particolare maggiore informazione e raccordo fra scuola, servizi territoriali, consultori per adolescenti e per le famiglie, così come anche l’avvio di una articolata campagna regionale di sensibilizzazione rivolta a tutti, con al centro il tema della libertà e del rispetto delle differenze … perché la lotta contro la violenza non duri solo un giorno!
Rita Moriconi

Pia Locatelli - La differenza la fanno le donne


Non è solo una questione di principio, ma di convenienza prevedere le ‘quote rosa’ anche nei CdA



Ha suscitato grande stupore, se non scandalo, la proposta di introdurre le quote nei Consigli di Amministrazione delle società.
Si può ovviamente essere d’accordo o meno, ma le reazioni negative sono esagerate. C’è chi parla di “ennesima norma discriminatoria a privilegio di un sesso su un altro”, chi di mortificazione del merito, chi  vede difficile praticare quote rosa nei CdA, chi è arrivato addirittura a parlare di lesione dei principi costituzionali.
Partiamo dai fatti e cioè dalla proposta di legge, approvata dalla Commissione Finanze, sulla composizione dei Consigli di Amministrazione delle società quotate. Nella sostanza si dice che essi devono prevedere nella loro composizione un certo equilibrio tra uomini e donne e si definisce un  limite minimo di presenze al di sotto del quale non si può andare: su dieci componenti almeno tre devono essere donne; o viceversa di uomini, anche se ad oggi il viceversa è solo teoria. L’applicazione della legge decorre dal primo rinnovo dei Consigli di Amministrazione (e dei Collegi sindacali) delle società.
Quali sono le motivazioni alla base di questa proposta? L’affermazione del principio di eguaglianza/equità? Anche, ma non è solo questione di principio, è questione di “convenienza”: le aziende che hanno studiato l’argomento hanno verificato che una presenza mista nel top management serve ad incrementare i risultati sia finanziari sia organizzativi. Il che vuol dire: squadra mista vince.
Lo hanno verificate in tanti: alcune aziende, lo studio del professor Michel Ferrary della Ceram School di Parigi, che ha tenuto sotto controllo i comportamenti delle banche francesi nell’anno 2008; lo ha confermato il 4° rapporto McKinsey presentato nei giorni scorsi a Dauville, Francia, dal titolo significativo “Women matter” (le donne contano, nel senso di “conta che ci siano le donne, perché fanno la differenza”). Questo è il quarto rapporto sull’argomento e ancora una volta viene confermato che una squadra mista nei livelli dirigenziali è fattore che determina migliori prestazioni aziendali. Chi studia questi fenomeni ha idee molto chiare, chi non li studia continua a rimanere prigioniero degli stereotipi culturali, quasi sempre sessisti, e, se è in posizione di potere, toglie la possibilità all’azienda di fare meglio non capendo che una squadra mista la fa funzionare in modo più soddisfacente.
Purtroppo i cambiamenti sono lenti, a volte perché si ha paura, a volte semplicemente perché si è pigri o ignoranti. Ben venga quindi la proposta di legge della Commissione Finanze che osa sfidare i luoghi comuni così diffusi, anche dal punto di vista giuridico.
A coloro che si stracciano le vesti e parlano di Costituzione violata, ricordo che, insieme alla Costituzione italiana, siamo al pari soggetti alla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea che all’articolo 23 dice: “La parità tra uomini e donne deve essere assicurata in tutti i campi, compreso in materia di occupazione, di lavoro, di retribuzione. Il principio di parità non osta al mantenimento o all’adozione di misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato.”

* Presidente Internazionale Socialista Donne

Pia Locatelli componente del tavolo di concertazione per le pari opportunità nella ricerca scientifica

Anche nella ambito della ricerca scientifica, della scienza e della  tecnologia in generale devono valere le pari opportunità e per questo si  sono messi al lavoro le due ministre direttamente coinvolte, Mara Carfagna  e Mariastella Gelmini. La ministra delle pari opportunità e quella  dell’istruzione cercheranno di fare in modo che non vi siano differenze di  trattamento tra uomini e donne in un settore chiave per il nostro futuro. 
Il compito di affrontare concretamente i problemi connessi, di diffondere  la cultura di genere e di progettare e attuare percorsi formativi ad hoc,  è stato affidato a un ‘Tavolo di concertazione’
tra Ministero dell'Istruzione e Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio a sostegno di politiche di parità nella ricerca scientifica che avrà anche ‘funzioni  di indirizzo, coordinamento e pianificazione delle azioni per l’attuazione  alle direttive e alle raccomandazioni dell’Unione europea’. Del ‘Tavolo’ che si insedierà per la prima volta il prossimo 12 ottobre - costituito da  rappresentanti dei ministeri e delle agenzie coinvolte fanno parte anche  alcuni esperti tra cui  Pia Locatelli, presidente  dell’Internazionale Socialista Donne.

Nella nuova Direzione Nazionale del PSI una eletta per investitura diretta: Anna Falcone


Lo scorso 18 Settembre 2010, il Consiglio Nazionale del PSI, riunito a Ravalle (Ferrara) per la festa dell’Avanti, ha eletto la nuova Direzione Nazionale del Partito Socialista Italiano.
All’elenco formato su proposta delle Regioni, l’Assemblea del Consiglio Nazionale - su esplicita richiesta del segretario Regionale della Toscana, supportato dai segretari di Lombardia e Abruzzo e da altri membri del CN - ha chiesto, prima della votazione definitiva, di aggiungere il nome della compagna Anna Falcone, per i meriti ed i risultati ottenuti in Italia e in Europa come rappresentante nazionale delle pari opportunità e per l’impegno e le qualità dimostrate come giovane dirigente del PSI.
Molte proteste, infatti, si erano levate dalla platea per l’assenza dall’organismo della giovane dirigente, fra le più apprezzate e popolari del Partito in tutta Italia.
L’ampia maggioranza di voti positivi espressi ha fatto sì che per la prima volta un dirigente nazionale entrasse a far parte dell’organismo sovrano del PSI per investitura diretta da parte del Consiglio Nazionale.
La Falcone ha ricevuto i complimenti di moltissimi compagni e dirigenti per il lavoro svolto e il risultato ottenuto in termini di consenso personale e politico, nonché per la ventata di entusiasmo e democrazia che la sua spontanea investitura, voluta da così tanti compagni e compagne, ha portato nel partito.
Non sempre tutto è ‘scritto’ e non tutti i partiti, o non tutti nei partiti, soffrono i mali della ‘partitocrazia’

nuova direzione nazionale PSI




Pari opportunità: Caligaris, un risultato ancora da conseguire

In un Paese normale dove esiste una democrazia compiuta, dove cioè donne e uomini contribuiscono paritariamente con riconosciuta reciproca autorevolezza alla gestione della cosa pubblica, dove il confronto generazionale è considerato una crescita culturale non ci sarebbe bisogno di discutere sull’assegnazione di percentuali all’interno dei partiti per garantire le pari opportunità. Non sarebbe necessario neppure eleggere una responsabile con l’ingrato compito di far valere un principio fondamentale per migliorare la qualità della politica in un’ottica democratica, per favorire la pluralità delle esperienze, per rendere sempre più vicino ai cittadini e ai loro bisogni l’impegno politico.
Affermare il principio di parità tra uomini e donne non è una questione lobbistica di genere ma un valore intrinseco irrinunciabile per una partecipazione pluralista nell’analisi e nella prospettiva di offrire soluzioni ai problemi della società. In un Paese normale e civile le donne non sarebbero considerate abbellimenti per le Istituzioni da collocare in appositi spazi per rendere meno opprimenti i lavori parlamentari. Se l’Italia avesse a cuore il futuro delle generazioni e il superamento dei problemi sociali ed economici punterebbe sui saperi, le conoscenze, le specializzazioni delle donne. Ne promuoverebbe la presenza attiva nei luoghi di decisione. Le metterebbe alla prova per le qualità che dimostrano di possedere in ogni campo: in famiglia, nella ricerca scientifica e perfino nello sport.
Ecco perché il Partito Socialista Italiano deve distinguersi. Ecco perché la norma statutaria ha un significato che va molto aldilà dei numeri, delle quote, del presente. E’ una sfida culturale che sarà particolarmente apprezzata dall’elettorato femminile. Farla rispettare quindi diventa un imperativo per tutti coloro che iscrivendosi al partito ne conoscono gli impegni e i valori. E’ una carta vincente per il futuro degli ideali socialisti e per i prossimi cento anni delle nostre idee.
Nutro la consapevolezza dell’anomalia italiana e sarda in merito alle questioni relative alla presenza femminile nelle istituzioni e nei luoghi dove si assumono decisioni che ricadono sull’intera comunità! Una presenza scarsa e raramente apprezzata! Sono invece molte le donne che vogliono impegnarsi in politica ma che non possono praticarla per ragioni culturali. Le logiche della gestione del potere sono così radicate e declinate al maschile che ormai neanche le persone più sensibili le avvertono.
L’attuale legge elettorale è particolarmente antidemocratica, danneggiando le donne reca un danno incalcolabile nei confronti della società. E’ una norma che non favorisce semplicemente le lobby maschili ma induce a scegliere le persone per un rapporto di obbedienza, affiliazione, sottomissione. E’ la negazione della libertà. Vi sottende la logica di chi considera le istituzioni un feudo da assegnare al vassallo più fedele.
La novità della norma statutaria introdotta dai Socialisti è proprio per questa ragione rivoluzionaria. E’ tempo di finirla di considerare la presenza delle donne nei Partiti uno specialissimo conflitto d’interessi perché sono madri (senza servizi) o perché possono restare incinte (e devono pensare alla prole). Ha un valore ancora più importante la destinazione del 5% delle risorse alle politiche per le pari opportunità.
E’ il risultato del lavoro di molte compagne che nei decenni trascorsi - faticosamente ma con caparbietà – hanno saputo coltivare, mantenendola in vita, la cultura della parità. Ognuna ha contribuito con determinazione per affermare un principio che ora, con Pia Locatelli alla presidenza del Partito - la prima donna nella storia del socialismo italiano ad avere osato candidarsi alla segreteria - e Anna Falcone, responsabile delle pari opportunità, è diventata una norma. Che fatica, ma anche che soddisfazione! Non dimentichiamo che abbiamo raggiunto un importante risultato ma non rassegniamoci. Dobbiamo andare oltre non per noi ma per le donne meno fortunate, quelle sfruttate, picchiate, violentate, private della libertà di essere.
Sono del parere che Anna Falcone debba essere riconfermata nell’incarico per tante ragioni. Penso che l’esperienza positiva debba protrarsi almeno per un altro biennio. In questa fase così delicata e difficile è opportuno non disperdere le energie. Creare eredità è un fondamentale traguardo ma cerchiamo anche di rendere stabile ciò che siamo riuscite a costruire. Dobbiamo però fare uno sforzo di proposta elaborando progetti per aprire prospettive a chi ci guarda con la speranza di essere protagonista.
Penso ai gravi problemi economico-occupazionali del Mezzogiorno e delle Isole, alla affermazione di un’Italia in cui il federalismo fiscale si configura come la cura per abbandonare a se stesse le aree del Paese meno ricche, alla scuola pubblica statale svuotata dai suoi contenuti, all’Università matrigna nei confronti dei giovani portatori di innovazione, alla sanità pubblica che non offre più garanzie di cure adeguate in tempi accettabili, ai cittadini privati della libertà gravati da pene aggiuntive per leggi ingiuste.
Dovranno essere questi i temi su cui le donne socialiste dovranno far sentire la propria voce con proposte e iniziative che le rendano protagoniste della contemporaneità. Inaugurare un nuovo modo di affrontare le questioni più urgenti vuol dire riprendere a percorrere la strada della storia quella che ha trasformato un’idea in un patrimonio di cultura.

Maria Grazia Caligaris
Presidente
Socialismo Diritti Riforme